Usa: 2004
Regia: Michael Moore
Interpreti: Michael Moore
Produzione: Michael Moore
Distribuzione: Bim
Genere: Documentario
Durata: 110 min.
Sito Internet: www.fahrenheit911.comDescrizione: Michael Moore diverte e sconvolge con la sua docu-fiction: “Nei momenti difficili è importante saper sorridere. In Fahrenheit io faccio la persona seria e il comico è il presidente, è un ribaltamento dei ruoli”. Cosa c'è dietro l'11 settembre? Dalle elezioni a dubbio broglio, ai legami tra le famiglie Bush-Bin Laden, per arrivare alle vere cause della guerra in Iraq.
Cosa rimane del documentario di Michael Moore, dopo che altri eventi si sono susseguiti in Iraq, e ora che le Presidenziali sono alle porte? Il lavoro è basato su dati destinati ad aumentare, possibilmente (in)completabile, modularmente ampliabile. Rimane quindi una Storia e un narratore. La cifra stilistica del regista del Michigan è tutta nell’uso di montaggio e fuori campo, nel far vedere qualcosa spesso commentata in maniera contraria al mostrato. L’effetto creato è una “doppia informazione”, rafforzata, non contrastante. Ci mostra senza mostrarlo l’attacco alle torri gemelle, sonoro su schermo nero. Poi, volti atterriti. Non alle torri vuole arrivare Moore, ma a quello che si cela dietro. Colpisce nel segno. Il regista, forte di una rete di collaboratori anche all’interno dei grandi network (col fondamentale accesso alle informazioni), mostra immagini inedite (sapientemente lavorate, destrutturate, ristrutturate) debitamente commentate. Come il Presidente attonito per lunghi minuti alla notizia dell’attacco, in visita ad una scuola, che pensa con la voce di Moore “Chi mi ha fregato?”. L’accesso di Moore ai documenti è fondamentale: colpisce perché documenta quello che dice. Per rendere accettabili i drammi ci scherza sopra.
Dall’ironico “chi mi ha fregato”, parte una meno divertente serie di eventi che legano Bush ai Bin Laden, per arrivare dove il grande pubblico (i non informati) non si aspetta: la guerra non è tra religioni, tra Occidente e Oriente, o solo per il petrolio... Fatta leva sulla paura (del terrorismo l’aspetto più pericoloso è l’uso incontrollato del termine stesso) la guerra, complici le multinazionali, è sempre tra i ricchi e i poveri. I poveri muoiono in Iraq, iracheni o soldati reclutati tra le fasce disagiate. Tutto questo Moore lo rende pubblico, è un merito: l’essere riuscito a controinformare una quantità disarmante di gente del mondo civilizzato, con ritmo, ironia, manipolazione delle immagini. Attitudine che rappresenta il limite di Fahrenheit. A tratti demagogico, il film, con quel montaggio di cui si diceva, con ellissi e battute, la ridicolizzazione del nemico Bush, non fa altro che avvalersi delle stesse armi dell’informazione quotidiana, filtrata e manipolata. Siamo all’altro estremo; non abbiamo accesso, nonostante la “libera” comunicazione, alle fonti originali. Forse non saremmo in grado di “leggerle”: infatti, se si pensa alla “massa”, Fahrenheit è medicamento. Ma Moore va oltre, reitera le lacrime di madri irachene e americane per i figli persi in guerra: così mette sullo stesso piano le vittime povere e (a volte) innocenti di tutto il mondo, ma finisce per sguazzare nella “tv del dolore”. Rimane quindi un lieve amaro in bocca e ci si chiede se Moore si renda conto che lo stato di cose non cambierà con un’elezione. Nella sua guerra a Bush, Moore ha dimenticato che servirebbe informare per smuovere le coscienze verso un modo di pensare migliore, non di un mero “questo è meglio (o meno peggio) di quest’altro”. Altrimenti, vedremo altri “Fahrenheit” in futuro.
Andrea Trimarchi
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